Bando alle ciance

La faccenda del bando del Comune di Firenze ha suscitato molte polemiche tra fotografi e liberi professionisti di altre categorie, evidentemente così tante da portare l’ufficio di competenza a ritirare l’avviso pubblico. Di positivo rimane il fatto di aver posto un briciolo di attenzione, durato mezza giornata, su un problema che gli addetti ai lavori dell’immagine, ma in generale tutti i lavoratori autonomi, affrontano quotidianamente. E rimane purtroppo anche il dubbio se un ufficio comunale della città della cultura per eccellenza sia occupato da incompetenti (pagati, loro di certo) o da semplici furbacchioni che speravano, molto ingenuamente, di non essere sgamati.

È un episodio su cui ci sarebbe davvero poco da dire e spero che una buona parte di colleghi si siano fatti una risata, come è successo al sottoscritto, piuttosto che impugnare un post e lanciarlo con tutta la rabbia e la forza verso quella massa di utenti/clienti indefinita ritenuta responsabile del proprio fallimento di professionista o artista, del proprio misero conto in banca, della propria frustrazione, del declino dell’uomo. Perchè se allora si vuole affrontare davvero la questione, le riflessioni da fare sarebbero diverse e non tutte  a favore nostro.

Il Ponte Vecchio a Firenze, durante dei lavori nel 2010 - foto di Dino Maglie
Firenze, Ponte Vecchio – 2010

Il riconoscimento del mezzo, non del lavoro

Per esempio, fa benissimo Roberto Tomesani quando nella sua breve lettera di disappunto scritta con la sua consueta eleganza e destinata alla responsabile dell’Ufficio Tradizioni Popolari Fiorentine, introduce l’argomento ringraziando innanzitutto per la considerazione dell’alto valore culturale e documentaristico della fotografia. Perchè un aspetto positivo di questa faccenda c’è e non è per nulla irrilevante: l’amministrazione di una delle più importanti e note grandi città italiane si accorge della necessità di affidare la documentazione di una programmazione culturale (legata quindi moltissimo anche al turismo, di cui Firenze è regina) ad un solo fotografo, per tutti gli eventi previsti nel successivo triennio. In sostanza è il riconoscimento dell’importanza del linguaggio, dell’impronta, dello stile narrativo di un professionista. Tutto meraviglioso, non so quanti comuni italiani assumano fotografi per tre anni. Sarebbe stato tutto perfetto, avremmo ottenuto magari un esempio per altri comuni limitrofi e lontani e avremmo oggi un fotografo probabilmente molto invidiato da tanti.

Ma se le cose non sono andate in questo modo, non è un caso. Che quel bando sia stato scritto in buona o cattiva fede poco importa, quel che conta è la certezza che qualcuno avrebbe accettato. E lo sappiamo tutti che se non ci fossero state le polemiche, il Comune di Firenze avrebbe avuto di sicuro il suo fotografo professionista con tanto di assicurazione al costo di due biglietti del calcio storico, come promesso, dopo aver selezionato tra numerose candidature.  Uno sondaggio britannico ha svelato che nel 2016 al 87% dei fotografi è stata avanzata una proposta per lavorare gratuitamente, ed il 16% di loro ha risposto di sì.  Uno su sette. Basterebbe solo questo dato, senza andare avanti.

La purezza del mestiere

E infatti, a mio parere, c’è un’altra riflessione ben più critica. Le maggiori ironie fatte sul web riprendevano, giustamente, la sempre verde questione del pagamento delle prestazioni professionali con la visibilità. Questa cosa faceva ridere qualche anno fa, ora non più. Ma non perchè la situazione sia ancora più drammatica, non perché non sia un tema divertente, ma perché semplicemente questa moneta di scambio è stato accettata.

Faccio un passo indietro. La fotografia d’autore italiana sta vivendo un momento d’oro e la presenza massiccia di finalisti italiani al World Photography Award è solo una conferma. E l’impressione che ho è che continuerà a crescere, perchè la complessità di questa Italia di inizio secolo offre ottimi spunti narrativi a chi oggi ha mediamente 30 anni e tra le mani e negli occhi ha una discreta predisposizione a farsi attraversare dal pragmatismo della realtà fuori dai social, dolorosa o gioiosa che sia.

La fotografia commerciale, invece, intesa come quella che anima il mercato, si sta adattando ormai da anni ad una professione che è cambiata, a tratti completamente stravolta. Qualcuno una volta mi fece notare che ormai non ha più neanche senso parlare di “mestiere del fotografo”, ma non l’ho mai ritenuta una osservazione condivisibile. Ciò che il professionista di oggi deve fare per cercare di rimanere al di sopra di quella linea che gli permette di andare avanti, è un insieme di attività che comprendono spesso anche competenze che vanno al di là della fotografia. A meno che tu non possa permetterti qualcuno che lo faccia per te, è necessario saper gestire degli strumenti senza i quali nel giro di qualche mese potresti ritrovarti al di sotto di quella linea o con numerose posizioni da recuperare. Venticinque anni fa mi sarei aperto uno studio fotografico nel mio paese e l’unica preoccupazione sarebbe stata quella di alzare la saracinesca e sperare di non avere già clienti mentre mi preparavo il secondo caffè. E non è certo la piccola dimensione a fare la differenza, ma il diverso scorrere del tempo, la provincia che si è avvicinata al mondo, il cambiamento totale dell’universo lavoro.

Non prendiamoci in giro: non vedo che bisogno avrebbe un noto fotografo di riportare sul proprio blog un articolo con Gli 8 migliori consigli per fare dei ritratti in luce ambiente! o passare mezz’ora di ogni giorno della settimana a commentare su Instagram o promuovere il suo workshop escogitando dei modi per raccogliere indirizzi email. Tutto ciò che facciamo al giorno d’oggi, che io stesso faccio quotidianamente, ci serve per rimanere a galla o per creare contatti o per essere riconoscibili o per accrescere il nostro livello di notorietà e quindi di prestigio. Tutti lavoriamo extra per essere più “visibili”. Ed è per questo che quel 16% lavora gratis ogni anno, è per questo che Firenze avrebbe avuto con certezza il suo fotografo o la sua fotografa a zero spese.

Firenze, 2010 - foto di Dino Maglie
Firenze, via Por Santa Maria – 2010

La visibilità che paghiamo

E se quel bando lo si legge con attenzione, quindi, se si vanno a leggere anche quelli per i concorsi online a cui molti professionisti anche validi partecipano, non è difficile accorgersi del capovolgimento della richiesta: sei tu che compri visibilità pagando con le tue foto. E mi soprende la levata di scudi di molti colleghi che poi pubblicano tazzine di caffè su Instagram per avere cuoricini rossi in cambio (sempre se non li comprano) e sono campioni del follow/no follow, oppure quelli che scrivono il milionesimo articolo sul 50 mm da acquistare, per poi arrivare a spammare il loro sito fino ai forum dedicati alla cucina norvegese. Amore per la condivisione? Certamente. E facciamo anche finta che tra tutti quelli che hanno gridato allo scandalo non ci sia mai stato nessuno che abbia accettato lavori non pagati pur di poter dire “ehi, potete contare anche su di me, se a qualcuno serve”.

Francamente, ad un giovane fotografo professionista che decide di candidarsi a certe posizioni come quella cancellata di Firenze, non avrei certamente potuto criticare nulla. Hai un cartellino appeso al collo, una quindicina di giornate occupate all’anno, una posizione privilegiata sugli eventi, delle immagini esclusive da pubblicare e da poter rivendere (perchè il bando lo prevedeva) e una voce nuova sul curriculum per un nuovo futuro punteggio.

La premessa di questo mio pensiero era chiara: quel bando era sbagliato, perché un pezzetto di questa Repubblica non può ritenere opportuno assumere personale qualificato a costo zero, come se fosse il gestore furbo di una pizzeria. Ma comincio francamente a ritenere incomprensibili le reazioni di chi ancora considera intoccabile la sacralità di uno scatto, in un mondo dove un ragazzino guadagna migliaia di euro alla settimana pubblicando una foto delle sue mutande col brand bene in vista e molti colleghi matrimonialisti consegnano 3.600 scatti ai clienti. Come ho già scritto precedentemente in quest’altro articolo, per me la fotografia sta vivendo un presente bellissimo. Intendo la fotografia vera, quella che contiene ricerca, sguardo, geometria, concetto, ripresa con qualunque mezzo. Il resto è marketing dell’immagine e sono in pochi quelli che possono permettersi di tirarsene fuori, ammesso che convenga.

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