Stiamo confondendo la vita lenta con una lenta morte.

Da tempo ho iniziato a pormi una domanda che mi mette fortemente a disagio: tutto l’impegno e la volontà che ci mettiamo noi società civile, noi attivisti di qualunque forma e grado, noi volontari e volenterosi, noi sensibili alle cause piccole e grandi, dove ci portano esattamente? I festival, le manifestazioni, i progetti, gli eventi culturali degli ultimi 20 anni a chi hanno parlato, al sud, in molte zone della Puglia? Cosa hanno spostato?

Nelle ultime ore questa riflessione si è fatta più insistente, perché faccio molta fatica a liberarmi dal senso di angoscia per l’omicidio di Bakari Sako. Non solo per il modo barbaro con cui gli hanno strappato la vita, ma per tutto quello che questa episodio si trascina. Don Angelo Cassano, parroco del quartiere Libertà di Bari e referente di Libera, solo due giorni prima aveva dichiarato “arrendiamoci all’idea che l’antimafia ha fallito”. Non so se si comprende il peso reale di certe parole.

Sarebbe facile e istintivo pensare che i fatti di Taranto riguardino solo quegli strati sociali con cui noi altri che viviamo oltre il ponte non abbiamo nulla a che fare, perché in fondo è una storia di adolescenti provenienti da famiglie difficili e di stranieri poverissimi. Per tenersi alla larga dalle pagine di cronaca basta in fondo non farsi trovare da soli alle 5 del mattino in un quartiere complicato e non avere le sembianze di un emarginato qualunque, la cui esistenza è indifferente al mondo.

Ma se da questi accadimenti ci sentiamo estranei e non responsabili, di chi parliamo quando diciamo che questa città, questo territorio, è in crescita? Quali sono gli indici con cui misuriamo la nostra vita lenta e ne facciamo un vanto? Il marketing del panzerotto? O i due giorni del festival musicale? Cosa ci fa pensare di vivere in un posto più civile di quello di 30 anni fa? Le colonnine dell’auto elettrica? Il corriere che citofona anche la domenica per consegnarci l’acquisto dal portale cinese? La recensione positiva degli ospiti del B&B che hanno apprezzato la colazione industriale compresa nel prezzo?

E torno alla domanda iniziale: a cosa è servito parlarci tra noi, convincendoci che dal basso le cose si potessero cambiare? Quale basso, se sotto di noi ci sono gli abissi?

Non intendo dire che sia stato o sia tempo sprecato, piuttosto che forse non abbiamo realmente mai avuto alcuna forza, come spesso ci è sembrato che fosse. Ci siamo convinti che era difficile ma non impossibile e invece quella foto di Bakari Sako, che è tutto quello che abbiamo di lui, ci ricorda tutto ciò che oggi appare irrimediabilmente rotto e che non sappiamo riparare. Ma soprattutto non ne abbiamo alcuna voglia. Le guerre, le tragedie, gli omicidi, tutto l’ingiusto che ci passa sotto gli occhi ogni giorno nella vita reale scivola come una vendita su TikTok, non ci punge più nulla, non ci scuote niente per più di qualche secondo. Ci importa solo ciò che ci sfiora a un centimetro dalla punta delle nostre scarpe e quando ci cade addosso condividiamo il dramma sui profili, in trend se lo fai in lacrime, elemosinando attenzioni brevi da altri simili.

Ci sarebbe la politica, l’unica che possiede le armi giuste per smuovere le coscienze, l’ultima speranza. E allora vi lascio un dato, preso dal report di fine anno di Libera:

“Una fotografia basata sul censimento delle inchieste per corruzione e concussione emerse sulla stampa. 96 quelle aperte nel 2025 in tutta Italia, di cui la metà nel Sud, il resto è diviso tra Centro e Nord. Puglia ai primi posti anche per numero di politici indagati. Su un totale di 53 tra sindaci, consiglieri regionali, comunali e assessori, 13 sono pugliesi, stesso numero per la Campania.”

Solo negli ultimi venti giorni in due comuni della provincia di Taranto sono stati richiesti i domiciliari per 27 indagati. E tutto accade in un territorio con le tappe future già scritte dello svuotamento demografico e dei cambiamenti morfologici. 

Stiamo confondendo la vita lenta con una lenta morte.

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