Non ho scritto questo articolo con la presunzione di aver compreso in soli cinque giorni di svago turistico l’essenza di un Paese quasi invisibile a noi occidentali, vorrei solo fissare alcune delle continue riflessioni e osservazioni fatte lungo tutto il viaggio, man mano che i pannelli in cartone dei pregiudizi venivano sostituiti da immagini reali. Ho scattato anche delle foto, poche, con un’unica lente fissa che ho portato con me, un 50mm economico, e ne butto qui qualcuna senza troppo ordine. (qui la seconda parte)

Desideravo visitare l’Albania da almeno una decina d’anni, da molto prima che apparisse tra le proposte delle agenzie viaggi come nuova opzione di vacanza low cost. O come intitolava Libero qualche giorno fa “Spiagge da urlo e ti ingozzi di pesce con 7 euro“. Questo legame empatico inizia molto prima ed è nato probabilmente dalla contraddizione, da pugliese, di averla sentita sempre così vicina e così inequivocabilmente lontana e povera, qualcosa per cui non è mai valsa la pena girarsi verso oriente a guardare.

C’è una data certa in cui questo strano sentimento ebbe inizio: l’8 agosto 1991. Avevo 11 anni compiuti da venti giorni, cosa volete che ne capissi di parole come fuga, regime, sbarco, comunismo. Però ero abbastanza sveglio da farmi guardare con le sopracciglia arcuate le immagini che passavano in tv, mentre imparavo senza saperlo il significato della parola disperazione. Non capivo da dove venissero quegli uomini così magri, vestiti senza colori addosso, con quei tagli di capelli bizzarri. Non sapevo chi fossero, ma le loro richieste erano l’unica cosa evidente.
Quelle riprese televisive le ho riviste decine di volte nel corso degli anni successivi, man mano che la curiosità, qualche lettura, il genio di Toti e Tata e il nascente web cominciava a farmi capire cosa successe davvero quel giorno e nei mesi a seguire. Negli archivi di stampa locali si trova tutto quello che le istituzioni pugliesi fecero per affrontare quelle emergenze, mentre tutto il percorso di integrazione lo abbiamo avuto davanti agli occhi, osservando per anni i gruppetti di albanesi presenti in ogni piccolo comune, un processo di integrazione che ritengo nella realtà molto più complicato di quello che ci è piaciuto raccontarci. Tutti elementi che mi hanno portato a crescere la curiosità e rimanere girato ad osservare con simpatia a quel pezzo di terra silenzioso tra il casino dei Balcani e la mitologia greca.
Quella nave carica di uomini si chiamava Vlora, come la città da cui il mio viaggio, e quello della mia amica Sara, è partito e si è concluso.

Valona è la città che doveva essere di passaggio, una semplice tappa di riempimento obbligata, ma che è diventata il luogo dove maggiormente ci siamo sentiti a casa. Il merito è di quella che probabilmente è la più grande ricchezza dell’Albania, e forse in particolare di questa città, riconosciuto da tutti i milioni di italiani incontrati, anche dai più critici: la meravigliosa gentilezza del popolo albanese. Non mi è parsa riverenza per il turista più ricco, non è la malizia di chi si sente in fondo padrone a casa sua e finge sorrisi, mi è sembrata semplice e spontaneo senso di accoglienza.

È probabilmente umiltà che nasce dalla consapevolezza di essere ripartiti da zero e che la cosa più preziosa, ad oggi, è avere la possibilità di spalancarti le porte delle loro case. È forse la voglia che hanno di sorridere, dopo aver vissuto diversi decenni nel buio e aver avuto un Paese in subbuglio fino alle porte del 2000, di dimostrare che loro non sono più quelli lì. E non credo di sbagliare se dico che nei confronti degli italiani hanno persino un occhio di riguardo in più. È probabilmente una forma di riconoscenza per quello che abbiamo fatto per loro, in fondo pochissimo ma fondamentale, è la felicità di toccare con mano degli amici chi si trovano dall’altra parte del mare, di cui si ammira la cultura, il genio, l’arte filtrati attraverso i tg e i programmi di mamma Rai per decenni. L’Italia è quel Paese dove studia un figlio o lavora un amico o dove semplicemente si sono scritti importanti pezzi della vita personale di molti di loro.

Eravamo su uno dei furgoni privati che ci hanno portato da Tirana a Saranda, 6 ore di strada per 280 km. In Albania non ci sono molti mezzi pubblici e i trasporti sono affidati a privati, che spesso fanno anche da corrieri per trasporto di beni e denaro tra parenti lontani (cosa vi ricorda, amici meridionali?). È stato il metodo che abbiamo utilizzato sempre per i nostri lunghi spostamenti, furgoncini che si riempiono di una varietà incredibile di persone, dalla signora anziana del paese al deejay polacco in vacanza con la canotta di Rodman, da mamma e figlia tiratissime in gonna corta e borsetta a Islam, il pastore che mi ha pigliato per il culo per tutto il viaggio nella sua lingua e che si è fatto lasciare in cima a una montagna, nel mezzo del nulla.

In quel tragitto verso il sud noi eravamo “gli italiani” e uno dei proprietari del mezzo, un giovane ruspante andato via dall’Italia per amore (ma non ha specificato di cosa) era molto attento a far sì che stessimo bene e a nostro agio. Su quel furgoncino tutti trovavano un pretesto per rivolgerci la parola, in qualche modo. Un signore dall’aspetto burbero, vestito tutto di nero e seduto dietro di me, ad un certo punto mi ha toccato la spalla e mi ha chiesto timido: “Bologna? Parma? Roma?”. Era salito da due ore, era riuscito a superare la timidezza solo in quel momento. Voleva sapere da dove venissimo, non parlava bene l’italiano, ma ci teneva a farci sapere che sua figlio studia qualcosa tipo “idraulica” a Bologna.

Ma la chiacchiera più interessante, forse di tutto il viaggio albanese, l’abbiam fatta con Leonard, sempre sullo stesso furgoncino. Mezza età, originario di Fier ma oggi residente a Chiavari, muratore, padre di due figli bellissimi, come le foto che ci ha mostrato dal suo smartphone lo dimostrano. È stato un bello scambio, Leonard ci ha reso più chiara la situazione attuale del Paese, spiegandoci anche lo stato attuale di alcune terre che nel frattempo scorrevano via fuori dai finestrini. Il punto più emozionante è stato il suo racconto dei tre viaggi fatti in gommone, verso Bari. Venticinque persone, tre ore di viaggio. Molti soldi spesi, ma mai tanti quanto la paura. La prima volta furono costretti a tornare indietro, perchè nei paraggi della costa li attendeva la Guardia di Finanza. E mentre parlava pensavo al nero inquietante che si vedeva attorno al traghetto, tentavo di immaginare cosa si può provare ad affrontare quel mare nel buio totale su un gommone con altre venticinque persone. Il silenzio, il rumore del motore, i pensieri nella testa. Ma non ce l’ho fatta.

La gentilezza albanese l’abbiamo incrociata molte altre volte. Ad esempio nei silenzi del papà di Andreina, il nostro primo local host di Valona, che pur non parlando una sola parola di italiano ci ha tenuto ad offrirci un caffè al bar, la mattina della nostra partenza dopo una sola notte di soggiorno, lui con il suo cellulare rosso che lo utilizza per essere riconoscibile agli ospiti al primo incontro. L’abbiamo riconosciuta in Edi, il ragazzo del nostro locale di Valona preferito e in Leo, il tassista che ci ha consegnato ad una persona sua di fiducia, preoccupandosi di farci arrivare a Tirana nella migliore maniera possibile e senza spendere troppo. E poi c’è stato Gerhard, l’host di Tirana, un ragazzone che ha viaggiato in tutto il mondo e ci ha fatto trovare il raki fatto in casa, ma sopratutto la sua mamma Shqiponjë, che in italiano significa Aquila (come il simbolo onnipresente dell’Albania) e che la mattina della nostra partenza, non riuscendo a farci capire dove prendere l’autobus, col suo albanese misto al tedesco, ci ha accompagnato di persona scortandoci fino alla fermata.

E come non amare Hektor, il nostro host valonese dell’ultima notte, che ci ha accolto con la sua esuberanza totale, in un italiano perfetto imparato grazie alla tv, così genuino, simpatico e travolgente che sembrava di parlare con uno zio con cui ti ubriachi al cenone di San Silvestro. Ci ha spalancato le porte della sua casa come se da quel momento fosse iniziata un’amicizia da portarci avanti negli anni. E con mia grande sorpresa e piacere, ho ritrovato un suo messaggio sulla mia pagina Facebook, con cui mi ha ricoperto di belle parole per quello che faccio e mi ha messo in contatto coi suoi figli che vivono nella capitale, qualora volessi tornarci per dei progetti fotografici. E poi Giulia, barista valonese di 23 anni, che vive in Italia e torna a casa per la stagione estiva e che prima di lasciare la città per la seconda e ultima volta siamo passati a salutarla e lei ci ha accolto rivelandoci una bella notizia, come se fossimo due suoi cari amici.

Nel viaggio più faticoso, ma forse dovuto alla stanchezza del quinto giorno, quello da Saranda a Valona, abbiamo ascoltato la conversazione di un pittore albanese che vive e lavora a Parigi, che sosteneva che l’Albania sia eccessivamente friendly con tutti, che dovrebbe esserlo meno visto che nessuno è friendly con gli albanesi. Non sapremo mai le sue motivazioni, sappiamo che nell’ultima sera del nostro viaggio passeggiavamo sul lungomare di Valona e non potevamo fare a meno di pensare alla notizia letta qualche minuto prima, dell’ennesimo attentato sulla folla della Rambla.

Eravamo turbati, ma nello stesso tempo felici di trovarci in un posto dove lo straniero viene accolto in quella maniera, dove essere così friendly è un sentimento spontaneo, non marketing territoriale. Eravamo in un Paese dove convivono due religioni, la cristiano ortodossa e quella musulmana, così laico che il suo motto nazionale (e un po’ nazionalista) è Mos shikoni kisha e Taxi axhamia / Feja e shqiptarit është shqiptaria, cioè “non guardate a chiese e moschee / La fede degli albanesi è l’essere albanesi”. Un orgoglio rappresentato da una bandiera presente ovunque, dai palazzi in centro alla fattoria in montagna, dai tatuaggi agli sfondi degli smartphone, una shqiponjë bifronte a proteggere i suoi figli.

Al ritorno in Italia, mi è capitato di leggere con più calma alcuni articoli sulla situazione attuale albanese e molte reazioni di utenti che in Albania ci vivono o ci lavorano. Quel miracolo economico di cui parlano i giornali italiani nasconde diversi livelli di verità e da meridionale non mi sono certamente sfuggite alcune tracce meno evidenti lasciate da chi prova ad arrangiarsi, in una generale situazione di stallo economico. Ma così come è successo per la Puglia, questa ormai infinita crisi economica sta portando molti italiani a spendere denari sulle loro spiagge, ed è già un contributo importante per immaginare un futuro in crescita. Il resto, lo dovrà fare come sempre la politica, cioè ogni libero cittadino albanese. E io tifo ovviamente per loro.
[Leggi la seconda parte: Viaggio in Albania | 2 di 2: Paesaggi in evoluzione]


