Taranto in the Wind

In questi ultimi nuovi anni pugliesi, mi è capitato di ospitare o incontrare qualche amico giunto da queste parti, per lavoro o per vacanza. E sempre più spesso ho avuto voglia di portarli a conoscere Taranto.

Ci riflettevo ieri mattina, mentre passeggiavo tra le vie della Città Vecchia e cercavo di condividere le mie scarse nozioni storiche con Angelo e Simona, detti gli Zonzo, due amici abruzzesi, ma soprattutto fotografi bravissimi (Zonzo è il nome della loro agenzia, andate a vedere il sito e ditemi se non ho ragione). Mentre parlavo, mentre li invitavo ad alzare la testa e osservare la bellezza e l’abbandono, mi rendevo conto di farlo con un pizzico di orgoglio.

Potrebbe sembrare una cosa naturale, visto che in quella città ci sono nato e ci ho passato molti pezzi della mia adolescenza. Ma in realtà il mio rapporto con Taranto è sempre stato molto complicato, fin da piccolissimo. Da bambino di provincia odiavo il suo traffico che invadeva naso e orecchie, da adolescente mi sembrava un ammasso di ferro e cemento buttati a caso, dove qualsiasi dettaglio rappresentava un impedimento a una vita serena e civile, traffico ovviamente compreso. E poi tutte quelle zone rosse, quei quartieri dove se non eri autoctono non potevi entrarci, che fastidio. E quel dialetto, che si parla solo dentro le mura della città, di fronte al quale le mie vocali aperte di appena 10 km più a sud ti facevano sentire proveniente da chissà quale paese esotico. Che fastidio.

 

Taranto, l'isola di città vecchia, vista da un molo - foto di Dino Maglie
Taranto, l’isola di città vecchia, vista dal mare

 

Però la prima volta che ci tornai, dopo i primi anni vissuti lontano da casa, mi accadde qualcosa di strano. Era passato davvero molto tempo, la città era ovviamente rimasta la stessa, c’era lo stesso casino, le stesse macchine parcheggiate in tripla fila su via Cesare Battisti e via Liguria, le stesse urla, lo stesso mare che vedevo ogni santo giorno, gli stessi odori, le stessa luce che illuminava gli stessi palazzoni anni ’70. E allora perché quella sensazione, così sconosciuta, di famigliarità? Ormai non mi sentivo a casa da nessuna parte, come succede a tutti quelli che distribuiscono pezzetti di vita in giro per il mondo, perché allora di Taranto cominciai, da quel giorno, a sentirmi parte? Esattamente non so spiegarlo, ma credo che sia qualcosa legato a tutte quelle sensazioni che inizi a sentirti addosso quando smetti di credere di essere giovane e invincibile. Un percorso che mi portò a spalancare gli occhi la prima volta che mi trovai tra i palazzi di una via del quartiere Torpignattara di Roma, pensando “ehi, ma questa è Taranto!“. E poi un paio d’anni dopo ci andai ad abitare.

Il sole di ieri mattina, così inusualmente invernale, è stato di grande aiuto per le scenografie e per enfatizzare il piacevole contrasto tra i riflessi di luce che ti accecano rimbalzando sullo Jonio e l’ombra dei vicoletti sgarrupati. Sapevo che a due persone come loro avrebbe fatto piacere esplorare l’isola, così lontana dallo stile di qualunque salotto cittadino. Avevano ancora gli occhi pieni di meraviglia per aver ammirato il barocco leccese nei due giorni precedenti, eppure ero lì, proprio io, a gonfiarmi il petto tra quelle strade, in fondo sconosciute anche a me fino a qualche anno fa.

E so di poter riuscire a far meravigliare chiunque, perché nell’immaginario collettivo Taranto è degrado, è strade sepolte da minerale color ruggine, è persone che camminano con la mascherina, è reparto di oncologia senza posti liberi. E invece succede di ritrovsarsi per la prima volta sul lungomare di via Cariati, con palazzine fatiscenti alle spalle, le ciminiere dell’Ilva che spuntano dai palazzi del quartiere Tamburi, una distesa d’acqua piena di barche, pescherecci e grandi navi in sosta e semplicemente esclamare “wow!”.
Sì, wow. Non ci sarebbe quasi nessun motivo per dire wow, in una città svuotata di tutto, eppure non puoi fare a meno di continuare a camminare, immaginando un passato e un ipotetico futuro, chiedendoti perché l’acqua del mare è di quel blu assurdo, pulito, e facendoti sbattere il vento in faccia con tutti i suoi odori di porto e di pesca.

Ieri anche il vento era insolitamente forte. Quelli che ovunque continuano a chiamarsi semplicemente giorni di tramontana, a Taranto ora si chiamano Wind Day. Ai bambini del quartiere Tamburi piace molto questo termine, perchè nei giorni dei Wind Day le loro scuole sono chiuse. Conoscete un’altra città dove le scuole chiudono quando soffia il vento del nord? Se la risposta è no, è forse perché non conoscete un’altra città accanto alla quale hanno costruito decine di anni fa una gigantesca industria con un parco minerali di 70 ettari, una città in cui nei giorni particolarmente ventosi si decide di chiudere addirittura al traffico un’uscita della superstrada che porta al quartiere, per non aumentare il livello di inquinamento. “Noi abbiamo letto sul cartello – Chiuso al traffico per Wind Day – pensavamo fosse un evento” mi hanno detto Angelo e Simona , che avevano seguito le indicazioni del navigatore per raggiungermi. Nessun evento, è vento. Qualcosa di naturale, che diventa drammatico e a cui è stato dato un nome in inglese, per renderlo più figo, per far sentire meno il peso delle parole nell’aria e nella bocca.

Ad ogni modo, se non siete stati mai stati a Taranto, andateci/veniteci. Regalatevi una passeggiata in mezzo a due mari. E non preoccupatevi del Wind Day: sedetevi su un molo con una Raffo beer e sentite che smell di frittura che arriva, da tutte le parti.