Restanza

Restanza - foto di Dino Maglie

Si sta sempre più parlando del concetto di Restanza, di cui in Puglia (nel Salento) pare nascerà addirittura una scuola.

È una parola coniata dall’antropologo calabrese Vito Teti che indica una forma di resistenza, quella del meridionale che sceglie di non andar via (o di tornare) e di restare con un approccio propositivo, costruttivo. Con sacrificio, aggiungo io, molto spesso.

Mentre se ne discuteva pochi giorni fa, mi è venuta in mente questa foto scattata durante Altura, il festival dell’Irpinia orientale, nell’estate del 2018. Dopo il pranzo collettivo, Franco Arminio, organizzatore e padrone di casa, aveva dato appuntamento al pomeriggio per i nuovi incontri, ovviamente senza orari, senza scalette. “Quando vogliamo iniziare iniziamo, tanto si capisce dove ci sposteremo, il paese questo è”, disse.

Mi allontanai per una passeggiata e quando tornai nel giardino del Castello Ducale mi ritrovai davanti a questa scena, che decisi di portarmi a casa. Qualche centinaio di persone aveva scelto di passare dei giorni in un comune minuscolo dell’Irpinia e stava sonnecchiando e chiacchierando in un cortile di un centro storico svuotato da un terremoto e dall’emigrazione. Molti di quelli avevano fatto diversi chilometri. E per cosa? Per guardarsi negli occhi, parlarsi e provare a resistere.