L’insostenibile leggerezza di uno stile

Circa un anno e mezzo fa scattai una foto per cui persino la parte critica di me stesso, dominante da sempre senza riserve, dovette ammettere che fu davvero un bel colpo d’occhio. Nessuna storia, nessun racconto, nessuna scena di guerra, una normale composizione geometrica illusoria, scovata da un angolino nascosto della moderna e fotografatissima piazza Gae Aulenti di Milano. Di fronte avevo il grande pannello della (bellissima) mostra dedicata a Basilico, che proprio di quelle costruzioni contemporanee aveva documentato la nascita.

Quella foto non l’ho mai resa pubblica, ma mi è capitato qualche volta di pensare a un modo per non lasciarla isolata in una cartella, magari rendendola parte di una serie ragionata. Cercavo un criterio, che però non ho mai trovato. Per ora di visualizzabile esiste solo una stampa su carta fotografica semplice alta un metro (la foto è verticale), appesa in un appartamento di una persona a cui ho voluto donarla.

Qualche giorno fa invece mi sono regalato una passeggiata senza meta per Roma, tra quelle stesse strade dove ormai diversi anni fa iniziai a capire che tra me e la fotografia stava nascendo una relazione molto complicata, fatalmente attraente, e dove ho scattato molte foto che ancora oggi inserisco tra la più interessanti del mio archivio. Mi sono vestito comodo, ho caricato lo zaino, mettendoci dentro anche la maglietta di ricambio, tutto come un tempo.

A mezza giornata mi sono ritrovato seduto su un blocco di cemento sotto il livello del Lungotevere, un pezzetto di cemento sporco del centro dove per diversi minuti ci è passata solo una suora. Mi sono tolto lo zaino e l’ho appoggiato lì accanto. Non lo avevo ancora mai aperto e non lo aprirò fino al mio ritorno a casa.

 

Pink Selfportrait - Dino Maglie
Pink selfportrait
[si ringrazia Imma per le lenzuola ispiranti]

 

Non amo solitamente parlare del mio rapporto con la fotografia, sia perché mi costa un enorme sforzo di analisi e traduzione, sia perché di chiaro c’è ancora davvero molto poco. La stessa scrittura di questo semplice pezzo mi sta richiedendo più impegno di quanto dovrebbe. Per certo so che proprio questa complessità mi ha permesso di non abbandonare presto il giocattolo per noia, come purtroppo mi succede spesso, ma anzi mi ha convinto a staccarne una parte e trasformarla anche in un lavoro.

Non ne parlerò di certo ora, che è diventato tutto ancora più indecifrabile, che non apro neanche gli zaini. Ciò che fotografavo dieci anni fa oggi mi passa davanti agli occhi senza accorgermene. Ciò per cui fotografavo dieci anni fa oggi sta facendo spazio ad altro. E poi ho ancora troppi libri da leggere, troppe grandi autori da conoscere, troppe bende ancora davanti agli occhi, troppo timore.

Mentre camminavo sotto il grande murale di Kentridge, già molto sbiadito, pensavo a quanto sono da invidiare gli autori, fotografi, pittori, artisti in genere, che hanno uno stile riconoscibile. Scrivi il loro nome su Google Immagini e ti vien fuori una carrellata di segni e tonalità inequivocabili. Ne ammiro molto la costanza, io che non ho dominanti di colore neanche nell’armadio, il riuscire a soffermarsi in un punto e girarci attorno, qualche volta anche per una vita intera. Probabilmente accade quando si ha un canale di comunicazione col mondo esterno ben definito oppure se ti chiami Pablo Picasso.

Poi però ho pensato che stavo continuando a fare lo stesso errore: inseguire. E sono andato a riprendermi un passaggio molto interessante di un’intervista letta proprio qualche giorno prima, fatta ad un artista con cui ho davvero molto poco da condividere, Antoine D’Agata, fotografo punkissimo:

 

Per molti anni ci siamo abituati ad intendere la fotografia come l’arte del guardare. La fotografia è diventata quindi una competizione tra chi era in grado di guardare meglio il mondo, una gara all’eccellenza dello sguardo. Ha sempre vinto lo sguardo più profondo, più estetico, più pertinente. Secondo me la fotografia non è nulla di tutto questo. La fotografia è l’arte del prendere posizione, l’arte dell’azione. Quello che mi interessa è la prospettiva che giustifica ogni immagine, non è importante l’immagine che hai fatto ma è importante la posizione che hai preso mentre realizzavi quell’immagine. I fotografi sono responsabili delle loro relazioni con le persone che fotografano, con le situazioni che documentano. La fotografia è un momento fondamentale della vita e dell’esperienza, non dello sguardo.

 

È ancora considerata l’arte del guardare, per me, immensamente più del passato. Oggi abbiamo Instagram, i contest su Facebook e i talent show dove dodici fotografi si sfidano davanti ad pubblico seduto a cena. Ma la fotografia è un mondo sconfinato, senza tempo, che ha stravolto l’esistenza dell’uomo e che lo porterà chissà dove. Ognuno ha modo e spazio per fare il suo, di prendere posizione per sè e per chi lo cerca su Google Immagini.